Provincia di montagna,
Sanità di montagna

Una provincia di montagna, una sanità di montagna

Ecco l’elaborato del Gruppo di lavoro dei Sindaci della ULLS n° 1 di Belluno, che ha valutato la bozza del nuovo Piano Sanitario Regionale, analizzato i dati di tutte le strutture sanitarie, ospedaliere e territoriali, dell’Ulss n.1 di Belluno, con l’apporto anche dei portatori di interesse invitati (associazioni di volontariato tra cui “Nuovi Traguardi”, associazioni imprenditoriali, consulte giovanili ecc.).
Il documento è stato presentato agli Organi di Stampa locali il 5 ottobre 2011 in sala Consiliare del Municipio di Belluno e sottoscritto dai Sindaci e dai portatori di interesse.
Lo stesso documento è stato trasmesso in data 06-10-2011 alla V° Commissione Regionale del Veneto.

Appello alla Conferenza dei Sindaci

Mercoledì 20 luglio 2011 il gruppo di lavoro della Conferenza dei Sindaci ha incontrato i vertici della ULSS n° 1 per discutere sul futuro della sanità bellunese. Erano presenti anche alcuni primari tra cui il dottor Pinto della Medicina del S. Martino, che ha confermato ciò che Nuovi Traguardi sta dicendo fin dalla nascita: l’inadeguatezza del settore di ematologia di cui lui stesso è responsabile ( clicca qui per visionare l’articolo del Corriere delle Alpi ).
Il 23 luglio entrambe le testate giornalistiche provinciali hanno pubblicato la denuncia di Carmen Mione, presidente dell’AIL provinciale, che condividiamo pienamente: clicca qui per visionare l’articolo del Corriere delle Alpi e qui per quello del Gazzetino.
Ora lo spauracchio dell’area vasta si profila come una realtà imminente ed alcuni politici cominciano a pensare che soltanto l’unificazione delle due ULSS provinciali possa salvarci dalla dura legge dei numeri ( leggi l’articolo del Corriere delle Alpi ). Soluzione che sembrerebbe logica per la maggior parte della gente ma che pare non potersi realizzare per chissà quali astrusi motivi! Talvolta, l’accorpamento delle ULSS è visto addiritura come deleterio ed assolutamente da evitare ( Corriere delle Alpi del 2 febbraio 2011 ). Secondo noi, l’accorpammento delle ULSS e l’eliminazione dei “doppioni” permetterebbe di risparmiare un mucchio di soldi che potrebbero servire ad offrire le prestazioni specialistiche che già oggi (e a maggior ragione domani) i pazienti bellunesi si vedono costretti a cercare fuori dalla provincia (vedi il nostro documento, presentato alla conferenza dei sindaci).
Vorremmo infine aggiungere qualche commento alla replica del direttore generale dr. Compostella alla lettera di Carmen Mioneclicca qui per vedere l’articolo del Gazzettino).
Ogni anno in provincia di Belluno ci sono circa 100 nuovi casi di malattie oncoematologiche (leucemie, linfomi, mielomi, sindromi mielodisplastiche e malattie mieloproliferative croniche). La cronicità e la curabilità di molte di queste malattie fanno sì che la prevalenza sia molto più elevata (500-700 pazienti/anno). Oltre a questi malati che hanno bisogno di continui controlli e terapie, c’è poi un numero ben più elevato di pazienti con malattie ematologiche non neoplastiche (anemie, piastrinopenie, gammopatie monoclonali benigne….) che impegna quotidianamente le già esigue risorse di spazi e di personale!
Ad esclusione del linfoma di Hodgkin e della leucemia acuta linfoblastica, le neoplasie ematologiche colpiscono persone anziane (circa 70% dei pazienti ha più di 60 anni alla diagnosi), in gran parte non candidabili a terapie intensive quali il trapianto di midollo (queste ultime sì da riservare ai centri più grossi).
Secondo quanto ha dichiarato il direttore generale, un paziente ottantenne con una leucemia linfatica cronica dovrebbe recarsi in auto fino a Padova per avere un indirizzo terapeutico e tornarsene a Belluno per farsi curare. Però non è l’indirizzo terapeutico che manca a Belluno ma le strutture e il personale necessari per erogare le terapie stesse!
È anche difficile pensare che uno dei centri più avanzati (già sovraccarichi dei loro malati ed impegnati ad accogliere i nostri bisognosi di terapie intensive) possa tranquillamente assorbire ogni anno un sovraccarico di alcune centinaia di pazienti, per lo più anziani che non richiedono questo tipo di terapie.
E che dire del disagio per i pazienti? Da Arabba a Padova, così come da Sappada, ci sono circa 200 chilometri, con un tempo di percorrenza in auto di due ore e mezza. Se poi uno si deve servire dei mezzi pubblici ci vuole una vita! E se un figlio deve perdere una giornata di lavoro per accompagnare il genitore troppo anziano o malato per andarci da solo?
Da Rovigo a Padova ci vuole mezz’ora circa con qualsiasi mezzo pubblico o privato, eppure Rovigo ha un’Ematologia (annessa al reparto di Medicina ma con personale dedicato, proprio come la proponiamo noi per Belluno da un decennio). La popolazione delle due province è più o meno uguale (248mila contro 214mila); perché la Regione ha riconosciuto l’ematologia di Rovigo e non dovrebbe riconoscere quella di Belluno? Forse che per Rovigo si è tenuto conto delle specificità della montagna?
Forse il direttore generale non ha neppure considerato che gran parte del territorio periferico della provincia di Belluno (che per la verità, essendo tutta montagna, ha pochi abitanti e quindi è poco importante politicamente) è più vicino ai centri di ematologia di Bolzano, Udine o Trento piuttosto che a Padova, Vicenza o Verona?
Nuovi Traguardi si appella a tutti i sindaci della provincia perché chiedano l’inserimento dell’ematologia bellunese nelle nuove “schede ospedaliere”: è questa la prima ed indispensabile tappa per evitare che i nostri malati ematologici non siano di serie B rispetto a quelli del resto della Regione Veneto!
Nuovi Traguardi e AIL sono pronti a fare la loro parte, ma ora tocca a voi aiutarci!

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